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IL DECOSTRUTTIVISMO DI PIETRO GROSSI

di Luciano Romoli


Considerando l’opera che Pietro Grossi realizzò nell’arco della sua vita, credo di poter affermare che la sua mente contenesse una sorta di codice cifrato, dove suoni e moduli matematici rappresentavano gli strumenti dei quali si era sistematicamente avvalsa.
Grossi, violoncellista, aveva assimilato in maniera del tutto personale la relazione che intercorre tra le varie porzioni di una corda vibrante e le note che, di volta in volta, ne scaturiscono.
Una sintesi dei rapporti suono-numero che poi ritrova nell’opera dei fiamminghi, quando viene sviluppata l’arte di costruire canoni, incroci rigorosi tra linee melodiche legate alla logica combinatoria che ne governa la struttura, per arrivare al “Clavicembalo ben temperato” di Bach, mirabile raccolta di preludi e fughe e monumento al Nuovo Mondo sonoro, fondato sul “temperamento equabile”.
Durante i primi trenta anni di attività (1936 – 1966), Pietro Grossi rimane al fianco del violoncello, con il quale esprime, interpretandola genialmente, la matematica musicale del passato.
Ma a questo punto, nell’epoca suggestiva dell’elettronica e della telematica, avverte come l’uomo possa e debba usare mezzi che in un certo senso sostituiscono il suo pensiero, oltre che la sua manualità o la sua téchne, nel senso greco della parola.
Con entusiasmo e fantasia, utili propellenti per ogni vero creativo, Grossi inizia un vertiginoso work in progress, la cui evoluzione sarà legata, nel tempo, ai continui e straordinari sviluppi della tecnologia.
Egli aveva scoperto, nel 1962, che il computer genera frequenze nella gamma dell’udibile e che il loro controllo rende possibile la creazione di semplici melodie; ma per Grossi è musica anche il secco e modulato rumore delle stampanti.
Un giorno gli dissi che anch’io, quando da ragazzo andavo in campagna, rimanevo a lungo con l’orecchio appoggiato al palo in legno del telegrafo per ascoltare, affascinato, quegli interminabili treni di vibrazioni che io leggevo come il rumore musicale della vita interiore dell’uomo.
Più avanti nel tempo, all’inizio della nostra amicizia, chiesi a Grossi che cosa ne pensasse di quel che aveva scritto Wolf Vostell, il 22 ottobre 1985, a proposito della sua musica: “Nella seconda metà del XX secolo, l’ascolto per quattro ore di due reattori in volo risulta, da un punto di vista socio-estetico, più bello e più importante di quattro ore passate seduti senza muoversi ad ascoltare un’opera di Wagner”.
Pietro, com’era prevedibile, si dichiarò pienamente d’accordo.
Grossi avvia, così, la destruktion, per rifarsi a un’espressione di Martin Heidegger e all’analoga di Jacques Derrida, una complessa e sistematica fase di “decostruzione” del suo lavoro, per aprire spazio a qualcosa d’altro rispetto alla realtà vissuta fino allora, perché convinto che destabilizzare sia infinitamente meglio che consolidare.
E’ il battito d’ali della sua farfalla, che negli anni a seguire scatenerà un ricco processo dinamico; è l’”istante zero”, come ebbe a definirlo, di tutta la musica, e d’ora in poi il suo nuovo strumento sarà il computer, la macchina che gli permetterà di definire, variare, combinare i parametri sonori e di controllarne ogni sviluppo secondo una logica prestabilita.
Grossi ha, ora, la consapevolezza che il nuovo numero, il bit, lo zero e l’uno dell’aritmetica binaria, aumenta a dismisura il ventaglio delle possibilità e le sue future composizioni o interpretazioni sembrano rinnovare, e al tempo stesso confermare, l’idea espressa da Leibniz, cioè “che la musica è l’esercizio matematico nascosto di una mente che calcola inconsciamente”.
L’attività di Grossi, nell’ambito della computer music, si sviluppa in maniera del tutto svincolata da quella dei compositori e dalle scuole d’Italia e di tutti i paesi europei; è un’attività frenetica che si evolve, di volta in volta, con i progressi della tecnologia e, quel che più conta, è il risultato di un libero, personalissimo modo di architettare gli elementi a disposizione.
Così, nel tempo, utilizzando gli stessi numeri, formule, algoritmi e analoghi procedimenti, Grossi dà vita a nuove idee; fra queste, a partire dal 1986, c’è Home Art, un’ “arte creata da e per stessi, estemporanea, effimera, oltre il giudizio della sfera altrui”.
Un’arte che Grossi realizza, nella sua abitazione, grazie al personal computer, utilizzando semplici programmi in grado di generare immagini grafiche sempre nuove, in continuo movimento.

Le immagini selezionate e raccolte in questo volume, sono alcune, fra le moltissime disponibili, e rappresentano i “fotogrammi” di una pellicola virtuale infinita.
Estratte, in modo random, fra quelle elaborate dal computer, venivano congelate sullo schermo di un monitor, quindi fotografate da Grossi e poi stampate.
La si potrebbe definire un’operazione paradossale: lavorare con i bit e ritrovarsi tra gli atomi; ma Grossi amava i paradossi, che considerava nutrimento indispensabile per ogni operazione logica, razionale.
Nel curare questo lavoro, mi sono preso la licenza di effettuare l’operazione opposta, cioè trasformare venti immagini, fatte di atomi, nuovamente in bit.
E questo per renderne di nuovo possibile la visione sopra la superficie dello schermo, oltre che consentirne la circolazione sulla rete telematica e la loro conservazione e utilizzo sopra supporti digitali, quali CD, DVD, chiavi USB.
Per le particolari esigenze della presente raccolta, le immagini sono state riproposte su carta, alternate, ogni due, da uno dei tanti “pensierini” che Grossi aveva l’abitudine di scrivere.
Anche questo un modo per “decostruire” e ri-comporre, per sottolineare l’importanza di una modalità con la quale Pietro aveva lavorato per tutta la vita e che gli aveva consentito di far convivere l’arte espressa con il suo violoncello, con quella in cui, fantasia, matematica e tecnologia erano stati gli elementi d’accesso al futuro.

Firenze, 4 febbraio 2005