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LO STUDIO DI FONOLOGIA DI FIRENZE - S 2F M di Albert
Mayr.
1. La scena della musica elettroacustica tra gli anni
50 e 60.
In quegli anni la musica elettroacustica era ancora
praticata da una ristretta élite; le apparecchiature
professionali o anche semi-professionali erano assai
costose e non facilmente reperibili; perciò solo
delle università o degli enti radiofonici potevano
permettersi di allestire uno studio di musica elettroacustica.
L'accesso a quei luoghi privilegiati (al di là delle
breve visita) non era facile per coloro che non appartenevano
ad una delle 'Chiese' importanti della musica contemporanea
di allora.
Questo stato di cose spinse diversi compositori -
che appunto non facevano parte di quelle élites
- ad allestire un piccolo studio personale. Per farlo
spesso dovevano integrare le limitate risorse finanziarie
con la capacità di trovare buone apparecchiature
di occasione e con la collaborazione di tecnici avventurosi
e anch'essi affascinati da quel nuovo mondo sonoro.
Oltre a questi aspetti pratici vi era un'altra ragione
per mettersi in proprio. Il XX secolo è spesso
stato chiamato il secolo delle ideologie e se ciò era
vero per la sfera socio-politica lo era anche per la
sfera artistica. Anche le prime decadi dopo la seconda
guerra mondiale videro accesi conflitti tra bandiere
e credi artistici e la nuova arrivata, la musica elettroacustica,
non poteva certo sottrarrsi a quel clima. In parte
ciò era anche in linea con la forte tendenza
verso teorizzazioni ideologizzanti che da sempre avevano
caratterizzato la tradizione musicale europea (1).
Mentre negli USA i seguaci della cosiddetta "tape
music", e specialmente Wladimir Ussachevsky, adottavano
un approccio assai pragmatico verso i nuovi mezzi,
in Europa la situazione era differente: per vari anni
ognuno dei principali centri seguiva una sua specifica
linea estetica. Basti ricordare il contrasto tra la "musica
concreta", basata cioè sull'elaborazione
di materiale sonoro registrato in ogni dove, praticata
e teorizzata dal Groupe de Recherche Musicale di Parigi,
e la 'pura' scuola elettronica dello studio del WDR
a Colonia -contrasto che del resto fu superato da Stockhausen
con il suo "Gesang der Jünglinge".
Comunque, se a quell'epoca ad un compositore o ad
una compositrice di musica elettroacustica capitava
di voler lavorare secondo una sua propria linea di
estetica musicale, non assimilabile a una delle 'Chiese'
importanti, era senz'altro preferibile avere uno studio
privato, per quanto piccolo, nel quale seguire senza
interferenze le proprie inclinazioni teoriche e creative.
Questo era il caso dei tre piccoli studi privati italiani
che nacquero in rapida successione tra gli inizi e
la metà degli anni 60 a Firenze (lo S 2F M fondato
da Pietro Grossi), a Torino (lo SMET - Studio di Musica
Elettronica di Torino - fondato da Enore Zaffiri) e
Padova (lo NPS - Nuove Proposte Sonore - fondato da
Teresa Rampazzi). L'approccio estetico di questi tre
centri, per quanto non identico, aveva molto in comune
e li accomunava anche un atteggiamento critico verso
la musica elettroacustica del mainstream, rappresentata
in Italia dallo Studio di Fonologia Musicale della
RAI di Milano, fondato da Luciano Berio e Bruno Maderna.
Inevitabilmente ciò comportava anche una certa
marginalizzazione rispetto ai circuiti più affermati
della musica contemporanea.
2. In Via Capodimondo 13
Nomen est omen, dicevano i latini, e lo studio di
musica elettronica allestito nel 1963 da Pietro Grossi
nella sua abitazione a Firenze, in via Capodimondo
appunto, era in un certo senso un caput mundi della
musica, almeno nell'accezione corrente, per radicalità e
passione utopica.
Come era pervenuto Grossi ad una tale posizione?
Alcuni brevissimi cenni biografici (2) : Pietro Grossi
(Venezia 1917 - Firenze 2002) combinava con successo
la carriera di primo violoncello dell'orchestra del
Maggio Musicale Fiorentino con quella di compositore.
Fino alla fine degli anni 50 aveva scritto brani di
una modernità moderata per orchestra e varie
formazioni da camera. Diverse sue composizioni ebbero
un buon successo di pubblico e di critica.
Poi, abbastanza repentinamente, avvenne un drastico
cambiamento nel suo modo di pensare e comporre la musica.
Optò per un'estrema riduzione del materiale
e per sviluppi formali riconducibili esclusivamente
alle successioni e ai raggruppamenti derivati dal calcolo
combinatorio. Questa linea di lavoro si concretizzò in
una serie di brani, semplicemente chiamati "Composizione" -
dal 1 al 12 -, per piccoli gruppi strumentali. Nei
primi anni 60 Grossi scoprì la musica elettronica
e dopo un soggiorno di lavoro nello studio della RAI
di Milano decise di allestire un proprio studio.
Grossi cominciò le sperimentazioni con la sua
ridotta strumentazione analogica: una dozzina di oscillatori
sinusoidali, alcuni dei quali fornivano anche l'onda
quadra, un generatore di rumore bianco, due filtri,
un passa-banda e uno a terzi d'ottava, due rmagnetofoni,
e il suo rapporto con il suono e la musica si modificò ulteriormente.
Mentre i suoi ultimi lavori strumentali, per quanto
ascetici, erano ancora delle composizioni ben definite,
ora egli perdeva sempre più l'interesse verso
il processo compositivo come lo conosciamo nella cultura
occidentale recente. La creazione di pezzi, con tutto
ciò che comporta a livello di invenzione e strutturazione
formale, appariva ai suoi occhi come un compito meno
urgente di un'esplorazione sistematica, paziente e
ancora più ascetica del nuovo mondo sonoro.
Asseriva spesso che anche l'evento sonoro più umile
meritava una tale esplorazione che ora era possibile
in modo molto più accurato che precedentemente.
Nei BATTIMENTI, p.es., scelse un fenomeno acustico
che, malgrado un suo certo fascino, è solitamente
ignorato dai compositori, anzi considerato un disturbo
e lasciato agli esperti di psico-acustica come oggetto
di studio. Grossi invece mise a punto un catalogo sistematico
dei battimenti risultanti dalle combinazioni di 2,3,4,.....10
onde sinusoidali, distanti 1 Hz l'una dall'altra e
si mise al lavoro, assistito da un piccolo gruppo di
collaboratori: Riccardo Andreoni, tecnico elettronico
e artista polivalente che contribuì anche al
lato tecnico dello S 2F M, Jon Phetteplace, violoncellista
e compositore - che successivamente farà parte
del noto gruppo "Musica Elettronica Viva" di
Roma - , lo scrivente, allora studente di composizione
al Conservatorio di Firenze, e, in maniera più occasionale,
Paolo Dal Canto e Italo Gomez. (Successivamente la
collaborazione si sarebbe allargata agli studenti del
corso di musica elettronica, come vedremo più avanti.)
In tutti i lavori di quel periodo le micro- e macrostrutture
venivano derivate rigorosamente dal calcolo combinatorio.
In OM (da "Offerta Musicale" di Bach) - che
Grossi spesso chiamava il suo addio al sistema temperato
-, le note del famoso tema venivano raggruppate in
clusters secondo un ordinamento permutazionale e l'articolazione
formale dei clusters seguiva uno schema dello stesso
tipo. Persino negli umoristici TRE SKETCHES, dove impiegò eccezionalmente
materiali concreti, questi venivano sottoposti ad un
rigoroso schema permutazionale.
Vi era un forte legame tra questo atteggiamento di
Grossi di fronte al materiale sonoro e le sue idee
sulle procedure di produzione, distribuzione e fruizione
della musica. Grossi era convinto che i mezzi elettro-acustici
in quanto tali avevano resi obsoleti i tradizionali
concetti di compositore e composizione (nel senso di
opera 'chiusa'), dato che ogni lavoro sonoro, una volta
registrato su nastro, poteva facilmente essere trasformato,
frammentato e ri-assemblato, dando luogo ad un nuovo
lavoro, anch'esso suscettibile degli stessi procedimenti,
all'infinito.
Grossi pensava che la composizione musicale dovesse
ormai trasformarsi in un enorme, ininterrotto work
in progress al quale partecipassero tutti i centri
di musica elettro-acustica distribuiti nel mondo. Ciò implicava,
naturalmente, la rinuncia alle consuete gratificazioni
(in termini di fama e soldi) per i musicisti partecipanti,
in quanto i lavori risultanti erano il frutto di una
collaborazione vastissima. Nei primi anni di attività dello
S 2F M Grossi inviava regolarmente dei materiali sonori
realizzati nello studio (p.es. delle bande di onde
sinusoidali con diversi rapporti di frequenza) agli
altri centri per essere "usati a vari scopi compositivi",
come scriveva nel testo di accompagnamento.
La musica elettro-acustica che aveva liberato i compositori
dalla dipendenza dalla buona volontà e dai capricci
di strumentisti, direttori e cantanti, doveva, così pensava,
anche diventare un campo in cui le ambizioni personali
cedessero il posto ad una collaborazione universale
tra i compositori. Naturalmente queste sue idee venivano
non solo non comprese, ma ridicolizzate dal mondo ufficiale
della musica.
In linea con il suo approccio alle procedure di produzione
Grossi sosteneva anche un'estrema flessibilità per
quanto riguarda la distribuzione e la presentazione
dei suoi lavori. Se non vado errato era il primo a
creare quelle che ora si chiamano installazioni sonore
(da ricordare quella per la mostra di architettura "La
casa abitata" a Palazzo Strozzi nel 1965); altre
volte intercalava frammenti di lavori suoi o di lavori
collettivi - sempre sotto la sigla S 2F M - tra i brani
strumentali eseguiti nei concerti dei festival di "Vita
Musicale Contemporanea", una manifestazione ideata
e diretta dallo stesso Grossi.
Se, come abbiamo visto, il mondo musicale ufficiale
(ivi inclusi i compositori fiorentini, con l'eccezione
di Arrigo Benvenuti che per qualche tempo lavorò nello
studio) mostrava poco interesse verso il lavoro di
Grossi, vi erano però dei musicisti sperimentali,
come Giuseppe Chiari e Vittorio Gelmetti che erano
attratti dalle nuove possibilità e realizzarono
dei lavori nello S 2F M (3).
Un altro aspetto importante dell'attività dello
studio erano i contatti e le collaborazioni, assai
positivi e stimolanti, con il mondo delle arti visive
avanzate. Questo, del resto, era il caso in tutti e
tre gli studi italiani 'alternativi'. A Padova, p.es.,
ci fu una stretta collaborazione tra lo NPS e il gruppo
N di artisti visivi, anch'esso dedicato ad una ricerca
collettiva. A Firenze erano in particolare gli artisti
aderenti alla cosiddetta "arte programmata" (cioè basata
su procedimenti algoritmici), come Auro Lecci, Maurizio
Nannucci e Paolo Masi, e la critica Lara Vinca Masini,
a collaborare con lo S 2F M. In diverse occasioni lavori
visivi e sonori appartenenti a campi estetici apparentati
venivano presentati insieme, come nella mostra "Ipotesi
linguistiche intersoggettive" del 1967, presentata
in varie città italiane, la cui sezione "musica
programmata" consisteva di lavori di Grossi, Zaffiri,
NPS, Lecci, Mayr, Nannucci (4).
3. Al Conservatorio
Già poco dopo aver creato lo S 2F M, Grossi
segnalò al Conservatorio "Luigi Cherubini" di
Firenze la possibilità di istituire un corso
sperimentale di musica elettronica per il quale avrebbe
messo a disposizione le sue apparecchiature. L'allora
direttore, Antonio Veretti, per quanto non personalmente
interessato al nuovo mondo, riuscì a cogliere
il grande significato di questa proposta e chiese e
ottenne l'autorizzazione ministeriale. E così,
nell'ottobre 1965, aprì i battenti il primo
corso di musica elettronica in un Conservatorio italiano,
e uno dei primi in una scuola di musica a livello mondiale.
La radicalità di Grossi si manifestò anche
nell'impostazione didattica; siccome riteneva che con
l'avvento dei nuovi mezzi tutto fosse cambiato e, dunque,
una formazione musicale di tipo convenzionale fosse
ormai obsoleta e inutile, il corso era aperto a tutti
gli interessati entro i limiti dei posti disponibili.
Tale impostazione era forse criticabile da diversi
punti di vista, ma aveva senza dubbio due grandi meriti:
uno ero quello di avvicinare persone operanti in altri
campi artistici (architetti, pittori, poeti.....) e
dotati di sufficiente curiosità intellettuale,
alla sperimentazione musicale, e perciò anche
alle tematiche attuali della musica; l'altro merito,
speculare al primo, era quello di aprire il Conservatorio,
micro-mondo tradizionalmente chiuso e a sé stante,
agli stimoli culturali generali (proprio in quegli
anni si svolgevano i convegni dedicati al rapporto
tra musica e cultura).
Il programma consisteva di una parte teorica che comprendeva:
lezioni collettive su nozioni di elettro-acustica (occasionalmente
integrate da un corso di matematica), e storia della
musica elettro-acustica con una panoramica sulle linee
tecniche e artistiche e la produzione dei vari centri
esistenti all'epoca. Lo S 2F M disponeva infatti di
un'imponente nastroteca. La parte pratica consisteva
di lezioni con piccoli gruppi e si divideva tra esercizi
per familiarizzare gli studenti con le apparecchiature
e la co-realizzazione tecnica dei progetti di una certa
entità (come l'OM sopra ricordato). Inoltre
gli studenti venivano invitati a ideare e realizzare
piccoli progetti personali, possibilmente utilizzando
materiali già realizzati o collettivamente o
da altri studenti del corso. Data l'eterogeneità di
provenienza degli studenti non tutti arrivavano a completare
il programma del corso o a realizzare proprie composizioni,
ma regnava un clima assai vivace e interdisciplinare,
in grande contrasto con l'abituale ghettizzazione della
musica di oggi. Il corso al Conservatorio non mancò di
suscitare l'interesse anche di studiosi e compositori
ormai affermati, come Mario Baroni e Mauro Bortolotti,
che non esitarono a fare la spola, l'uno da Bologna,
l'altro da Roma, per partecipare alle lezioni.
Tra gli eventi pubblici in cui lo S 2F M è stato
presente va ricordato la Biennale di Venezia del 1966
con "Musica algoritmica" e la serie di trasmissioni
radiofoniche sulla musica elettronica curata da Grossi
e Domenico Guaccero.
Nel frattempo Grossi si era avviato verso una nuova
frontiera: la computer music. Dopo prime esperienze
condotte presso la General Electric-Olivetti a Pregnana
Milanese egli riuscì a stabilire un contatto
duraturo con il centro di calcolo CNUCE del C.N.R.
a Pisa, dove fu istituita la Divisione Musicologica,
diretta da Grossi stesso, il quale da allora decise
di abbandonare il lavoro con le apparecchiature analogiche.
Così il corso presso il Conservatorio di Firenze,
saltando a piè pari la fase dei sintetizzatori
analogici a controllo di voltaggio, si arricchì delle
informazioni e dimostrazioni su quelle prime ricerche
italiane nel campo dell'informatica musicale. Un momento
importante della collaborazione tra il CNUCE e il Conservatorio
fu il corso di informatica tenuto da un docente del
CNUCE per gli studenti di musica elettronica nell'anno
1968/69. In seguito ci fu anche la possibilità di
periodiche visite e brevi periodi di lavoro a Pisa
per gli studenti.
Si può dire che l'ultima significativa presenza
pubblica dello S 2F M era il grande "Convegno
internazionale dei centri sperimentali di musica elettronica" organizzato
nel giugno 1968 dal Teatro Comunale di Firenze in collaborazione
con lo S 2F M. Era il primo convegno di tale dimensione
dedicato al nuovo mondo sonoro che vide riuniti a relazionare,
ascoltare e discutere esponenti di quasi tutti i centri
importanti. Allo stesso tempo il convegno segnava forse
l'inizio della fine del periodo in cui ogni centro
era geloso della specificità della propria linea
teorica ed estetica per dare luogo, grazie anche alle
innovazioni tecniche, ad una sempre maggiore 'globalizzazione'
della musica elettro-acustica.
4. Conclusioni
Una valutazione più approfondita dell'esperienza
dello S 2F M richiederebbe anche un'analisi adeguata
della situazione culturale e artistica generale di
quegli anni, assai diversa da quella attuale, che esulerebbe
da questa breve rievocazione. Ma osservando - ormai
prevalentemente dall'esterno - le vicende degli ultimi
decenni della musica contemporanea in generale e di
quella elettro-acustica in particolare, credo che andrebbe
rivalutata specialmente una lezione di Grossi che,
come ho cercato di mostrare, egli concretizzava a livello
teorico, artistico e didattico: un tenace e appassionato
mettere in questione i fondamenti stessi del pensiero
e della prassi musicale, per approdare a risultati
a volte sconcertanti ma spesso travalicanti i confini
dell'estetico in direzione di una nuova antropologia
culturale.
Note
1.cfr., per esempio, la frase di Carl Dalhaus "La
teoria musicale da sempre è stata un edificio
dogmatico". Carl Dalhaus, "Hermann Helmholtz
und der Wissenschaftscharakter der Musiktheorie" in
F. Zaminer (a cura di) Über Musiktheorie. Köln:
Arno Volk Verlag 1970, p.49-58.
2. Per una descrizione dettagliata del curriculum
artistico di Grossi e l'elenco dei suoi lavori rimando
a: Francesco Giomi & Marco Ligabue, L'istante zero
- Conversazioni e riflessioni con Pietro Grossi. Firenze:
SISMEL-Edizioni del Galluzzo 1999; Max Jacob, Pietro
Grossi: un percorso nel Novecento. Tesi di laurea,
Università di Firenze - Facoltà di scienze
della formazione 1997.
3. Per una piccola panoramica delle produzioni dello
S 2F M v. l' LP S 2F M, LM86-1, allegato al nr. 11
de la musica - trimestrale di musica contemporanea,
nr. 11, 1986.
3. Ipotesi linguistiche intersoggettive (catalogo).
Firenze: Centro Proposte n.d.
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