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SPUNTI E APPUNTI DA
IL WORK IN PROGRESS GLOBALE
E LA FANTASIA ARTIFICIALE
TAVOLA ROTONDA SUL PENSIERO TEORICO
DI PIETRO GROSSI
Firenze, 25 febbraio 2006
LUCA MITI, I ricordi sono tre, per Pietro Grossi
I ricordi sono tre, svincolati fra loro - oppure no,
tre punti radi di una linea retta.
(E per ognuno di essi una mia "posizione" diversa nei
suoi confronti.)
Dunque, Pietro Grossi, fine anni '70, inizio anni '80, a Roma,
io ascoltatore di una conferenza-concerto con la presentazione-esecuzione,
tra gli altri, del suo "Kronos", che da una parte mi
faceva subire per una delle primissime volte la fascinazione della
computer music, dall'altra mi faceva sospettare le possibilità della
gestione del tempo.
Anni dopo, a Firenze, un concerto tutti insieme in una galleria
d'arte con gli amici della "scuola fiorentina" (Mayr,
Michi) e non solo (Barbanti e Bolognesi erano venuti da Ravenna,
Tramannoni e Bragaglia dalle Marche), per un momento magico allora
(mai più ripetibile la "magia", ma i cui frutti
sarebbero poi durati nel tempo), quella volta eravamo davvero tutti
insieme, quella volta Grossi ascoltatore. Non ci siamo parlati,
non ci siamo neanche salutati - si sa com'è in queste occasioni,
la confusione, eccetera; non ho mai saputo cosa ne pensasse di
quel concerto.
L'ultima volta, sempre a Firenze, alle Giubbe Rosse (una presentazione
di libri e dischi con ascolti), facemmo una bella chiacchierata,
per la prima volta, c'era anche la moglie. Si parlò di reti,
di tecnologie, di internet, insomma di comunicazione. Lui giovanissimo,
infinitamente più giovane di me, sicuramente senza nessuna
preclusione, nessun blocco nei confronti di quelle forme di comunicazione
(blocco tutto mio, invece, nel quale rimanevo bene immerso), assolutamente
fiducioso nel futuro, senza ombre.
Ecco: fiducioso nel futuro, con davanti un tempo infinito.
ALBERT MAYR, Alcuni spunti di riflessione
Qualche anno fa, nella presentazione di un convegno
al DAMS sul giudizio estetico oggi, Mario Baroni ha posto
una domanda assai significativa (che poi purtroppo non
ha avuto risposte specifiche dai convegnisti), e cioè quali
possano essere oggi i criteri per un giudizio sui lavori
artistici, visto che ci siamo allontanati dalle certezze
dogmatiche degli anni 60/70, ma non vogliamo neanche
accontentarci di un relativismo per il quale tutto va
bene.
Credo che questa domanda sia attinente alle problematiche
sollevate da Grossi sia con il work in progress globale,
sia con la fantasia artificiale. Se un'opera è costantemente
in fieri, anche se vari stadi del suo percorso potranno
essere oggetto di fruizione, anche ripetuta, anche da
parte di un pubblico numeroso, è possibile formulare
un giudizio estetico su un processo? E se un lavoro è il
risultato di elaborazioni automatiche che sono state
sì predisposte da un autore in quanto ai campi
decisionali nell'ambito dei quali la macchina esegue
delle scelte, ma dove l'autore non interviene sulle decisioni
stesse, a quale livello si situa il giudizio? A livello
del risultato finale (sottratto alle intenzioni dell'autore)
o a livello della preparazione dei campi parametrici?
Grossi ha, per così dire,'tagliato la testa
al toro', teorizzando e praticando, nella "Home
Art", un' "arte creata da e per se stessi,
estemporanea, effimera, oltre la sfera del giudizio altrui".
Ora se questa appare una strada forse percorribile nel
caso di unione personale tra autore e fruitore, cosa
succede al fruitore non autore dei lavori proposti, esautorato
d'ufficio dalla competenza di formulare un giudizio rilevante?
I mezzi tecnologici oggi permettono una creatività 'fai
da te' celere e comoda - rispetto a pochi anni fa - senza
l'obbligo di imparare procedure tecniche a volte laboriose
e di misurarsi con apparecchiature a volte capricciose;
cosa che, secondo la mia esperienza didattica, non era
affatto di detrimento alla riflessione estetica ( se
dovevi faticare molto per realizzare qualche minuto di
lavoro sonoro preferivi che avesse, almeno a livello
soggettivo, una qualche coerenza artistica). Se invece
la realizzazione di un lavoro non ti costa alcuna fatica
- cosa che Grossi del resto salutava come uno sviluppo
positivo - probabilmente non fai neanche lo sforzo di
passarlo al vaglio dei tuoi criteri e tanto meno ti importerà di
quanto ne pensino gli altri.
Sembra che ci sia un gap sempre più accentuato
tra la musica 'colta' che, tecnologica o non, è rimasta
in larga misura ancorata ai modelli tradizionali (opere
più o meno chiuse, unicità dell'autore,
modalità di fruizione convenzionali...., seriose
discettazioni su quello che può / dovrebbe essere
il comporre oggi....) e quella produzione che volentieri
si autodefinisce sperimentale, collocata tra le musiche
'extra-colte' e quella colta d'avanguardia, caratterizzata
da un uso spregiudicato delle tecnologie e poca voglia
di riflessione critica e autocritica.
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